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martedì 24 gennaio 2017

La censura nei confronti di Dio!


Sappiamo come in questo periodo si stia consumando la dura lotta tra coloro che desiderano rimanere fedeli alla Parola di Dio e coloro che, mediante procedimenti oscuri e manipolatori, tentano di sovvertire l'insegnamento perenne della Santa Chiesa. Con il pretesto dell'interpretazione, quasi fosse un gioco a chi riesce a creare l'edificio interpretativo più bello e più solido, si tenta di sorpassare ciò che ogni cattolico ha sempre professato in materia matrimoniale e sacramentale. Sto parlando della difficile situazione riguardante le coppie che vivono una seconda unione dopo un matrimonio valido e del loro probabile accostamento alla Santa Comunione. In questo post desidererei inserire alcuni passi della Sacra Scrittura dal significato inequivocabile, per poi passare ad alcune citazioni del Magistero della Chiesa, il quale procede sempre per continuità e mai per rottura. Questo è bene ricordarlo perché oggi non è affatto scontato! Cominciamo:

Gen 2, 18-25:
18 Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. 23 Allora l'uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta». 24 Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. 25 Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.
Ml 2, 13-16:
13 Un'altra cosa fate ancora; voi coprite di lacrime, di pianti e di sospiri l'altare del Signore, perché egli non guarda all'offerta, né la gradisce con benevolenza dalle vostre mani. 14 E chiedete: Perché? Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr'essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto. 15 Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. 16 Perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio d'Israele, e chi copre d'iniquità la propria veste, dice il Signore degli eserciti. Custodite la vostra vita dunque e non vogliate agire con perfidia.
Mc 10, 1-12:
1 Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare. 2 E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». 3 Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4 Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».5 Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6 Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; 7 per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola8 Sicché non sono più due, ma una sola carne. 9 L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». 10 Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: 11 «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; 12 se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Mt 5, 31-32:
31 Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Mt 19, 3-9:
3 Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4 Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5 Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola6 Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi». 7 Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via?». 8 Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio».
Lc 16, 18:
18 Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio.

1Cor 7, 10 e 39:
10 Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - 11 e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie. 
39 La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore.
Esortazione apostolica "Familiaris Consortio" di Papa Giovanni Paolo II:
84 [...] La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto. Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo. Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.
Catechismo della Chiesa Cattolica:
1614 Nella sua predicazione Gesù ha insegnato senza equivoci il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, quale il Creatore l'ha voluta all'origine: il permesso, dato da Mosè, di ripudiare la propria moglie, era una concessione motivata dalla durezza del cuore; 256 l'unione matrimoniale dell'uomo e della donna è indissolubile: Dio stesso l'ha conclusa: « Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi » (Mt 19,6). 
1615 Questa inequivocabile insistenza sull'indissolubilità del vincolo matrimoniale ha potuto lasciare perplessi e apparire come un'esigenza irrealizzabile. 257 Tuttavia Gesù non ha caricato gli sposi di un fardello impossibile da portare e troppo gravoso, 258 più pesante della Legge di Mosè. Venendo a ristabilire l'ordine iniziale della creazione sconvolto dal peccato, egli stesso dona la forza e la grazia per vivere il matrimonio nella nuova dimensione del regno di Dio. Seguendo Cristo, rinnegando se stessi, prendendo su di sé la propria croce, 259 gli sposi potranno « capire » 260 il senso originale del matrimonio e viverlo con l'aiuto di Cristo. Questa grazia del Matrimonio cristiano è un frutto della croce di Cristo, sorgente di ogni vita cristiana.
1644 L'amore degli sposi esige, per sua stessa natura, l'unità e l'indissolubilità della loro comunità di persone che abbraccia tutta la loro vita: « Così che non sono più due, ma una carne sola » (Mt19,6). 304 Essi « sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale ». 305 Questa comunione umana è confermata, purificata e condotta a perfezione mediante la comunione in Cristo Gesù, donata dal sacramento del Matrimonio. Essa si approfondisce mediante la vita di comune fede e mediante l'Eucaristia ricevuta insieme.
1650 Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.
1651 Nei confronti dei cristiani che vivono in questa situazione e che spesso conservano la fede e desiderano educare cristianamente i loro figli, i sacerdoti e tutta la comunità devono dare prova di una attenta sollecitudine affinché essi non si considerino come separati dalla Chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati. « Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il Sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio ». 311
2364 La coppia coniugale forma una « intima comunità di vita e di amore [che], fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale ». 243 Gli sposi si donano definitivamente e totalmente l'uno all'altro. Non sono più due, ma ormai formano una carne sola. L'alleanza stipulata liberamente dai coniugi impone loro l'obbligo di conservarne l'unità e l'indissolubilità. 244 « L'uomo [...] non separi ciò che Dio ha congiunto » (Mc 10,9). 245
2380 L'adulterio. Questa parola designa l'infedeltà coniugale. Quando due persone, di cui almeno una è sposata, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono un adulterio. Cristo condanna l'adulterio anche se consumato con il semplice desiderio. 266 Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l'adulterio in modo assoluto. 267 I profeti ne denunciano la gravità. Nell'adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria. 268
2382 Il Signore Gesù ha insistito sull'intenzione originaria del Creatore, che voleva un matrimonio indissolubile. 269 Ha abolito le tolleranze che erano state a poco a poco introdotte nella Legge antica. 270 Tra i battezzati « il Matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte ». 271
2384 Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto, liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l'uno con l'altro fino alla morte. Il divorzio offende l'Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente: « Se il marito, dopo essersi separato dalla propria moglie, si unisce ad un'altra donna, è lui stesso adultero, perché fa commettere un adulterio a tale donna; e la donna che abita con lui è adultera, perché ha attirato a sé il marito di un'altra ». 273
" Lettera circa le recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati" della Congregazione per la Dottrina della Fede:
3. e 4. Consapevoli però che l'autentica comprensione e la genuina misericordia non sono mai disgiunti dalla verità(4), i pastori hanno il dovere di richiamare a questi fedeli la dottrina della Chiesa riguardante la celebrazione dei sacramenti e in particolare la recezione dell'Eucaristia. Su questo punto negli ultimi anni in varie regioni sono state proposte diverse soluzioni pastorali secondo cui certamente non sarebbe possibile un'ammissione generale dei divorziati risposati alla Comunione eucaristica, ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati. Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene si fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l'obbligo della separazione. Da alcune parti è stato anche proposto che, per esaminare oggettivamente la loro situazione effettiva, i divorziati risposati dovrebbero intessere un colloquio con un sacerdote prudente ed esperto. Questo sacerdote però sarebbe tenuto a rispettare la loro eventuale decisione di coscienza ad accedere all'Eucaristia, senza che ciò implichi una autorizzazione ufficiale. [...] Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri e in nessun modo vennero a costituire la dottrina comune della Chiesa né a determinarne la disciplina. Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei». Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l'accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l'accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall'assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, "assumano l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi"»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l'obbligo di evitare lo scandalo.
5. La dottrina e la disciplina della Chiesa su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall'Esortazione Apostolica «Familiaris consortio». L'Esortazione, tra l'altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della Chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati»(9), indicandone i motivi. La struttura dell'Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.
6. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona(10) e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa(11). Devono anche ricordare questa dottrina nell'insegnamento a tutti i fedeli loro affidati. Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa(12). D'altra parte, è necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell'Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella Messa, della comunione spirituale(13), della preghiera, della meditazione della Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia(14).
7. L'errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell'esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell'unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.
8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l'accesso all'Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l'uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.
9. D'altronde l'Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell'esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18). [...]
Esortazione Apostolica "Sacramentum Caritatis" di Papa Benedetto XVI:
29. Se l'Eucaristia esprime l'irreversibilità dell'amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si comprende perché essa implichi, in relazione al sacramento del Matrimonio, quella indissolubilità alla quale ogni vero amore non può che anelare.(91) Più che giustificata quindi l'attenzione pastorale che il Sinodo ha riservato alle situazioni dolorose in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del Matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove nozze. Si tratta di un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga dell'odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici. I Pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti.(92) Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell'Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli.
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Penso che tutti questi riferimenti siano sufficienti per comprendere dove stia la Verità Cattolica. Coloro che fanno finta che la Chiesa non si sia chiaramente espressa in materia cadono inesorabilmente verso l'eresia. Peggio ancora, coloro che omettono passi della Sacra Scrittura o li interpretano secondo la propria visione ideologica! Affermando la verità non significa discriminare le persone che vivono una seconda unione dopo un primo matrimonio valido. Queste persone devono essere aiutate nel sentirsi parte della Chiesa, ma ciò è possibile solo affermando la Sacra Verità! Quale bene giungerà a queste persone se li inganniamo di potersi accostare alla Santa Comunione, pur essendo essi in peccato mortale? Ricordiamo il gravissimo monito di San Paolo:

1Cor 11, 26-29
26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. 27 Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. 28 Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; 29 perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.
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Far compiere terribili sacrilegi è forse essere misericordiosi verso le persone?  Che il Signore scacci via dalla Chiesa gli eretici che stanno portando tante anime verso il baratro dell'inferno!

Mt 15, 14
14 Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».

mercoledì 4 gennaio 2017

“Si prostrarono e lo adorarono” (Mt 2,10)



Il 6 Gennaio la Chiesa celebra la solennità dell’Epifania del Signore. Il termine Epifania viene dal greco “ἐπιφάνεια”, che significa manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. Infatti in questo giorno il Cristo si rende manifesto ai pagani rappresentati da tre Magi venuti dall'Oriente per adorare  Dio fatto carne. I Magi come afferma san Leone Magno rappresentano la primizia del nostro Credo : 

“E come essi dai loro forzieri presentarono al Signore i mistici doni, così dai nostri cuori presentiamo ciò che è degno di Dio. Quantunque egli infatti sia l’elargitore di tutti i beni, cerca tuttavia anche il frutto della nostra buona volontà: il regno dei cieli non è infatti per chi dorme, ma per chi fatica e veglia nella legge del Signore”.  

Non solo, i Magi dopo i pastori furono i primi ad adorare come Dio il Bambino di Betlemme. Chiaro nel Vangelo di Matteo è il riferimento alla prostrazione e all'adorazione: “si prostrarono e lo adorarono” (Mt 2,10). La prostrazione e l’adorazione sono atteggiamenti tipici di chi riconosce in una persona qualcosa di trascendente, Dio stesso, ma non un Dio Totalmente Altro, quanto un Dio che si avvicina a noi tanto da entrare in noi. La parola latina che esprime l'atteggiamento dell'adorazione è ad-oratio - contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Il cristiano sperimenta questo contatto “bocca a bocca” con il Signore durante la celebrazione della S. Messa in particolare al momento della s. Comunione dove Cristo si dà nutrimento per l’anima e per il corpo. Adorazione, quindi, è riconoscere che Gesù è mio Signore, che Gesù mi mostra la via da prendere, mi fa capire che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Lui, solo se seguo la via che Lui mi mostra. Quindi, adorare è dire: «Gesù, io sono tuo e ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te». Potrei anche dire che l'adorazione nella sua essenza è un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico: «Io sono tuo e ti prego sii anche tu sempre con me». L’adorazione ha come gesto esteriore quello di piegare le ginocchia riconoscendo che colui al quale piego le ginocchia è il mio Creatore e Signore. E’ il gesto compiuto dai Magi dinnanzi al Figlio di Maria e Giuseppe.

Purtroppo questo atteggiamento da parte dei cristiani sta scomparendo. Si assiste a spettacoli agghiaccianti, durante l’elevazione delle Specie Eucaristiche nel rito della Messa, persone che rimangono in piedi o peggio sedute, persone distratte o affaccendate a fare altro, ecc. Per non parlare dell’Adorazione Eucaristica dove il momento del silenzio e dell’adorazione e scomparso o quasi. In questa società secolarizzata si è perso l'atteggiamento di prostrazione e adorazione perché si ritiene che l' uomo sia sufficiente a se stesso e non abbia bisogno di sottomettersi a nessuno, men che meno a Dio. Durante l’omelia del Corpus Domini, dell’8 Giugno 2012 ,Papa Benedetto XVI così afferma: 

“L’adorazione eucaristica è necessaria per vivere a pieno l’Eucarestia nella Messa perché stare «in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento, è una delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, che si accompagna in modo complementare con quella di celebrare l’Eucaristia, ascoltando la Parola di Dio, cantando, accostandosi insieme alla mensa del Pane di vita».
Ancora: “ Si comunica davvero con Gesù come si fa con un’altra persona: «Devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. Quindi se manca questa dimensione che ritroviamo nell'adorazione Eucaristica, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale. Invece, nella vera comunione, preparata dal colloquio della preghiera e della vita, noi possiamo dire al Signore parole di confidenza”. 

Benedetto XVI ha poi spiegato, ancora con due immagini, i danni che questo pensiero può recare ai fedeli

«Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe “appiattito”, e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità». Si è abbassato senza paura fino alla sua creatura e così «ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro». 
Nell'ultima cena, infatti, «Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all'interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso. Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo. Amen».

In questa solennità dell’Epifania impariamo dai santi Magi l’adorazione dovuta a Dio, non solo con l’atteggiamento interiore, fondamentale, ma anche con l’atteggiamento esteriore dell’inginocchiarsi, immagine e richiamo della preghiera del cuore.


martedì 29 novembre 2016

Università "Cattoliche"? Siamo sicuri?


Uno dei problemi più gravi che si percepiscono nella formazione dei nuovi sacerdoti, religiosi e laici è quello dell’insegnamento impartito presso le Università Cattoliche e i vari Istituti Teologici. Non si mette in dubbio che vi siano docenti altamente qualificati, i quali dedicano il loro tempo e le loro forze ad un corretto e profondo insegnamento della Verità (anche perché non sarebbe giusto farsi trascinare da non veritiere generalizzazioni), pur tuttavia, è facile assistere a pietose lezioni da parte di alcuni docenti, magari non a causa della banalità degli argomenti trattati (a volte lo sono anche), quanto piuttosto al fatto che tali lezioni siano permeati da un vergognoso ideologismo, da un triste e orrendo indottrinamento. In alcuni casi, presso ambienti ritenuti salutari, nel quale si pensa di ottenere una giusta formazione sulla Dottrina Cattolica, si finisce addirittura per perdere la fede! Non si dice questo è per far una sterile polemica, quanto piuttosto per sottolineare che il compito di un docente, il quale insegna presso un Istituto Teologico Cattolico, è quello di essere fedele a Dio e al Suo divino insegnamento. Non si possono mettere sul piatto degli studenti argomenti frutto delle proprie elucubrazioni ideologiche, nel tentativo di conformare gli studenti alla propria visione, al proprio modo balordo di interpretare il Cattolicesimo. La Verità va proclamata in modo fedele e privo di preconcetti o visioni previe! A questo si aggiunge il grave problema di quei molti studenti, che non pienamente consapevoli della faziosità delle lezioni che vengono loro impartite, magari anche perché in buona fede ritengono di ricevere una buona formazione cattolica, vengono indottrinati a seguire il pensiero dominante, divenendo così, pian piano, nuovi soldati del Modernismo imperante. Ecco di cosa si tratta! Del Modernismo! Molti sostengono che non sia presente, che ormai sia qualcosa di passato, qualcosa che riguarda “l’inutile lotta di San Pio X e di alcuni suoi strani collaboratori (si pensi a Mons. Umberto Benigni del Sodalitium Pianum), in quali hanno imposto uno strano giuramento oscurantista e reazionario”. In verità, nelle facoltà teologiche cattoliche il Modernismo è presente, non è mai andato via! Penetra nelle parole dei docenti, trasuda dai libri imposti come “migliori manuali” delle rispettive discipline, aleggia nei discorsi in corridoio durante la pausa, magari mentre si beve un buon caffè, ecc.! Coscienti o non coscienti, consapevoli untori o inconsapevoli vittime, tutti si fanno trascinare da esso e si ingarbugliano nelle sue trame, fumose e aleatorie, ma allo stesso tempo perfide e mortali. Bisogna dire tutto questo! Bisogna dire gridando che vengono impartite agli studenti delle vere e proprie eresie, nel tentativo di dar nuovo vigore a quel movimento sessantottino, di cui i danni si vedono ancor oggi! Con i miei occhi ho visto e vedo tutto questo! Non sono elucubrazioni di un blogger sconosciuto! Come ho già detto prima, non è giusto generalizzare, ma non si può neanche negare che tutto questo non sia presente, e che tutto questo non causi gravi danni alla Chiesa. Quei pochi in grado di smascherare il tutto, di andare oltre l’apparenza vengono immediatamente tacciati come “tradizionalisti” “tridentini”, “bizzocchi” (termine utilizzato quando ti accusano erroneamente e con cattiveria di metter esclusivamente al primo posto l’estetica alla sostanza, specialmente in materia liturgica), anche se, nella fedeltà al Sommo Pontefice e alla Dottrina cattolica, desiderano parlare semplicemente, pacatamente e con profondità della Verità perenne ed immutabile. Ecco la “Misericordia”, tanto in voga oggi, anche presso i modernisti = Se la pensi come me va bene, mentre se hai idee diverse comincio subdolamente ad ostacolarti e ad inveire contro! Coloro che non si conformano al sistema possono subire non pochi problemi, specialmente se inseriti all’interno di seminari o istituti religiosi, anche perché da parte dei formatori accade (sempre senza voler generalizzare, per amor di giustizia!) che vengano impartiti gli stessi e medesimi insegnamenti “politicamente corretti” dei docenti degli Istituti Teologici. In poche parole, zuppa al Modernismo la mattina e zuppa al Modernismo la sera! Bisogna confessare che è un grande sacrificio andare avanti senza conformarsi al sistema, un sacrificio spirituale offerto al Signore, unico sostegno in mezzo alle tribolazioni. Che tale sacrificio gli sia gradito per la conversione dei poveri peccatori! Non c’è da scandalizzarsi per tutto questo: la Chiesa Cattolica è meravigliosa e risplende nel mondo con la luce divina che gli proviene da Cristo, ma non bisogna dimenticare come il demonio tenti di sedurre e di portare alla dannazione il maggior numero possibile di uomini, donne, giovani, anziani, piccoli e grandi. Ricordiamoci, però, che tali potenze non prevarranno contro la Chiesa. Bisogna avere fiducia nel Signore! Presto, dopo le tribolazioni, il sole tornerà a splendere e la fede cattolica tornerà ad essere luce per le nazioni e per tutti i popoli!


martedì 8 novembre 2016

Il catafalco e i paramenti neri, un ricordo del passato?


Il Messale di san Pio V, nella Commemorazione dei fedeli defunti e durante le cerimonie funebri, prevede l’assoluzione al tumulo eretto sopra un catafalco. Ma cos'è il catafalco e perché veniva utilizzato? L’Etimologia del termine "Catafalco" è alquanto incerta: gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). In sostanza il Catafalco era una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamo a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate”, simbolo per i cristiani dell’inesorabile trascorrere del tempo della dissoluzione del corpo dopo la morte. Questa base poi, di solito, era sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svettava una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto poteva misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri. Quello che doveva colpire il fedele era la "verticalità" che aveva il compito di dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola, venivano posti vari candelabri d’argento o d’ottone, ed a seconda della solennità, potevano variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi. Veniva disposto davanti all'altare o nella navata principale della chiesa; talvolta era sostituito da un semplice drappo nero, detto coltre funebre. Questo completo addobbo funerario, veniva allestito principalmente durante l’Ottavario dei Defunti dal 2 al 9 novembre o in occasioni particolari come la morte di un Pontefice o del Patriarca. Accanto al Catafalco, durante l’Ottavario dei Morti, veniva posto anche un “mastodontico leggio” elevato da una pedana, affiancato da un gigantesco candelabro a più braccia sul quale ardevano perennemente dei ceri. Ogni sera alla funzione, un “cantore” proclamava in lingua latina la “salmodia funebre” con melodia gregoriana e al termine di ogni salmo veniva spento un cero dal candelabro. Nei funerali invece, l’apparato veniva ridotto alla sola base troncoconica dove veniva adagiata la bara con il defunto, rimanevano però i candelieri le aste e il Crocifisso che facevano parte dell’addobbo detto "ordinario". In più venivano “listate a lutto” le colonne della chiesa e drappeggiate con damaschi neri.

Ma, (purtroppo), un “bel” giorno tutto questo sparì perché con la Riforma Liturgica post-conciliare, tutte queste forme di "esteriorità scenografiche" sono state completamente sostituite da una Liturgia più “sobria” e più consona alla celebrazione stessa. Infatti il 2 Novembre, l’ottava dei defunti e negli anniversari funebri, non c’è la minima traccia , nelle nostre chiese, dell’ imponente catafalco. Tutto viene sostituito dal Cero Pasquale, simbolo di Cristo Risorto. Per carità, come Cattolici crediamo fermamente nella risurrezione di Cristo e quindi anche nella risurrezione dei nostri corpi, ma il significato è differente. Il catafalco non toglie nulla alla verità della Resurrezione, anzi, ci presenta un'altra verità che è quella della morte e del suffragio come necessario per la liberazione delle Anime dei defunti dal Purgatorio. 

La società moderna fugge il dolore, la morte, ecc., quindi il catafalco suscita angoscia, malumore, spavento…, quindi lo togliamo! 

La stessa sorte è capitata ai paramenti neri, che il Messale Tridentino obbligava a indossare per le messe funebri e il Venerdì Santo. Anche se il l’Ordinamento del Messale Romano (di Paolo VI) non elimina il colore nero dei paramenti liturgici. Vediamo cosa dice: Il numero 346 dell'Ordinamento in vigore afferma con forza: "Riguardo al colore delle sacre vesti, si mantenga l’uso tradizionale". L'uso tradizionale, in Italia, fino agli anni '70 era (e sarebbe ancora), per i funerali e la commemorazione dei defunti, il nero.

Quindi, secondo il capoverso e) Il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti. Peccato che in tutto l'orbe latino sarebbe prassi consueta questo colore, a parte il Giappone che godeva già di un'eccezione, perché il colore del lutto in quel territorio è il bianco e non nero. Purtroppo, prima, il paragrafo d) aveva introdotto già di fatto l'opzione del viola: d) Il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima. Si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti. Quasi la totalità dei sacerdoti utilizza il colore violaceo per le messe funebri, perché il nero, come già detto, impressiona. Infatti si sente spesso dire: "è lugubre, fa pensare alla morte, ma noi celebriamo la risurrezione, mica la morte!". Allora - se proprio fosse veramente questa la motivazione - si abbia il coraggio di passare direttamente al bianco, come fanno negli Stati Uniti, dove tutti i cattolici ormai sono sepolti con il colore dei Santi e dei Beati confessori. Il viola invece dice piuttosto "penitenza". Il viola dice "attesa" (Avvento): oramai, per il caro trapassato, è tardi per attendere, non aspetta più nulla, l'incontro è già in atto. Il viola - infine - nell'unione di blu e rosso parla dell'unione fra divino e umano: ma nel defunto noi vediamo invece la separazione dell'anima dal corpo, dove lo spirito torna al creatore e il corpo alla terra. Il viola, dunque, non possiede le proprietà simboliche per significare principalmente la morte, né la speranza della risurrezione, che risplende per contrasto con la morte.

Se invece si ha la fortuna di possedere nell'armadio della propria chiesa qualche pianeta funebre di un tempo, si vedrà con sorpresa che i paramenti neri hanno una proprietà speciale. Sono sempre ricamati o intessuti di argento o d'oro. Proprio per motivi simbolici! Stanno a dire, con il linguaggio del colore che si usa solo per le occasioni funebri: tutto sembra nero, come la morte, la fine, la mancanza di vita, ma - invece - si intravvede sul nero la luce (oro e argento) che viene dalla speranza, anzi dalla certezza della fede nel Signore Risorto. E' lui la luce che illumina e anzi risalta meglio sullo sfondo oscuro della presente situazione di morte, lutto e distacco.

In questo mese, farebbe bene meditare un po' sulla morte, sulla brevità della vita e sul giudizio che ci attende dopo la morte, così da preparaci all'incontro con l’Eterno Giudice dei vivi e dei morti e come canta la sequenza del Dies irae, anch'essa inesorabilmente soppressa, 

O giudice che punisci giustamente,
donaci la remissione dei peccati
prima del giorno del giudizio.
Piango in quanto colpevole,
il mio volto arrossisce per la colpa:
risparmia chi ti supplica, o Dio.




martedì 1 novembre 2016

Novembre, mese dedicato ai defunti!

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Novembre, tradizionalmente, è il mese che la Chiesa consacra ai fedeli defunti. La dottrina cattolica insegna che dopo la vita presente vi è un’altra vita o eternamente beata per gli eletti in paradiso, o eternamente infelice per i dannati all’inferno. Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani.

Come possiamo liberare le anime dal Purgatorio?

La Santa Messa è il mezzo più potente per liberare le Anime del Purgatorio, perché la Messa è la ripresentazione sacramentale del Sacrificio della Croce il cui valore, di per se, è infinito, in quanto atto del Figlio di Dio, compiuto in un certo momento storico da una persona (il sacerdote) che agisce in persona di Cristo. Oltre alla Santa Messa, molto efficaci per i defunti sono anzitutto il Santo Rosario, ma anche la pia pratica della Corona dei 100 Requiem, che non è altro che una serie di cento “eterno riposo” da applicare per la persona defunta. Quando si è in stato di grazia e ci si può accostare alla Comunione sacramentale, molto giova alle anime dei defunti applicare la Santa Comunione per una di esse. Stesso discorso vale per le elemosine, che possono  essere  applicate anche in suffragio delle anime dei defunti. Basta semplicemente esprimere  mentalmente l’intenzione  di  fare  una  certa elemosina per l’anima del defunto “X” e quell’elemosina sarà da Dio applicata a sconto della sua pena. L’ultimo grande strumento di suffragio per le anime purganti sono i  sacramentali: in particolare  l’acqua  benedetta  (prevista anche dal Rituale delle Esequie, durante  la benedizione del sepolcro da parte del sacerdote) che va aspersa sulla tomba dei defunti, anche da parte di un comune fedele; così come accendere un cero benedetto (ovviamente di cera vera, non alimentato ad energia elettrica) dinanzi ai sepolcri dei defunti. Entrambe queste pie pratiche vantano una tradizione antichissima e andrebbero fatte spesso e con devozione per il bene delle povere Anime del Purgatorio.

Molti santi hanno avuto a che fare con le anime del Purgatorio, ne vediamo alcuni:

San Nicola da Tolentino (1245-1305), vissuto nel XIII secolo, ebbe un’esperienza mistica che poi lo rese patrono delle Anime del Purgatorio. Un sabato notte, dopo una prolungata preghiera, era nel suo letto e cercava di addormentarsi, quando udì una voce lamentosa che gli diceva: “Nicola, Nicola, guardami se mi riconosci! Sono il tuo fratello e compagno fra Pellegrino; da tanto tempo soffro grandi pene nel Purgatorio. Per questo ti chiedo di offrire domani la Santa Messa per me per vedermi al fine liberato e andare nei cieli… Vieni con me e guarda”. Il Santo lo seguì e vide una pianura immensa coperta da innumerevoli anime, erano i turbini di fiamme purificatrici, anime che tendevano le loro mani, lo chiamavano e gli chiedevano aiuto. Commosso a questa visione, Nicola informò il superiore, il quale gli diede il permesso di celebrare per diversi giorni la Messa per le Anime del Purgatorio. Dopo sette giorni, gli apparve fra Pellegrino, risplendente e glorioso, insieme ad altre anime per ringraziarlo e dimostrargli l’efficacia delle sue suppliche. Da qui ha origine la devozione del settenario di san Nicola per le Anime del Purgatorio, che consiste nel far celebrare per sette giorni di seguito la Messa per le Anime del Purgatorio.

Santa Maddalena de’ Pazzi (1566-1607), una volta, poté vedere suo fratello defunto. Così si espresse: “Tutti i tormenti dei martiri sono come un giardino di delizie in confronto di quello che si soffre in Purgatorio”.

San Pio da Pietrelcina (1887- 1968): una sera Padre Pio stava riposando in una stanza, al pianterreno del convento, adibita a foresteria. Era solo e si era da poco disteso sulla branda quando, improvvisamente, ecco comparire davanti a lui un uomo avvolto in un nero mantello a ruota. Padre Pio, sorpreso, alzandosi, chiese all'uomo chi fosse e che cosa volesse. Lo sconosciuto rispose di essere un'anima del Purgatorio. "Sono Pietro Di Mauro. Sono morto in un incendio, il 18 settembre 1908, in questo convento adibito, dopo l'espropriazione dei beni ecclesiastici, ad un ospizio per vecchi. Morii fra le fiamme, nel mio pagliericcio, sorpreso nel sonno, proprio in questa stanza. Vengo dal Purgatorio: il Signore mi ha concesso di venirvi a chiedere di applicare a me la vostra Santa Messa di domattina. Grazie a questa Messa potrò entrare in Paradiso". Padre Pio assicurò che avrebbe applicato a lui la sua Messa... ma ecco le parole di Padre Pio: "Io, volli accompagnarlo alla porta del convento. Mi resi pienamente conto di aver parlato con un defunto sol-tanto quando usciti nel sagrato, l'uomo che era al mio fianco, scomparve improvvisamente. Devo confessare che rientrai in convento alquanto spaventato. A padre Paolino da Casacalenda, Superiore del convento, al quale non era sfuggita la mia agitazione, chiesi il permesso di celebrare la Santa Messa in suffragio di quell'anima, dopo, naturalmente, avergli spiegato quanto accaduto". Qualche giorno dopo, Padre Paolino, incuriosito, volle fare qualche controllo. Recatosi all'anagrafe del Comune di San Giovanni Rotondo, richiese ed ottenne il permesso di consultare il registro dei deceduti nell'anno 1908. Il racconto di Padre Pio, corrispondeva a verità. Nel registro relativo ai decessi del mese di settembre, Padre Paolino rintracciò il nome, il cognome e la causale della morte: "In data 18 settembre 1908, nell'incendio dell'ospizio è perito Pietro di Mauro, fu Nicola".

Usiamo la carità verso queste povere anime che tanto hanno bisogno dei nostri suffragi e ricordiamo che un giorno, probabilmente, avremo anche noi bisogno delle preghiere di suffragio per abbreviare la nostra pena in Purgatorio.

martedì 18 ottobre 2016

Nos prædicámus Christum crucifíxum



Il 19 Ottobre i chierici della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, comunemente chiamati dal popolo i Padri Passionisti, festeggiano il loro fondatore , il mistico San Paolo della Croce. Il primo suo biografo, suo illustre figlio, San Vincenzo Maria Strambi, così ne traccia il profilo: “Fu di presenza grave e maestosa. Amabile. Alto di statura. Di volto sereno e naturalmente modesto. Di occhio vivo e sereno. Di fronte elevata e spaziosa. Di voce chiara, sonora e penetrante. Di maniere piene di affabilità e rispetto”. Nel giorno della festa la Sacra Liturgia ne canta le sue imprese: “Uomo di Dio, sotto il vessillo della Croce raccolse soldati di Cristo; insegnò loro a vivere uniti con Dio, a muovere guerra contro l’inferno, a predicare al mondo Gesù Crocifisso. Cacciatore delle anime, araldo del Vangelo, lucerna luminosa! Dalle piaghe di Cristo apprese la sapienza, dal suo sangue trasse vigore, con la sua Passione convertì i popoli”. Il suo alto ideale era il Cristo Crocifisso, spese la sua vita strappando le anime all'inferno per conquistarle al gran Re piagato, attraverso la predicazione e il ministero sacerdotale che con zelo apostolico svolse fino all'ultimo istante della sua vita. A 26 anni rompe la logica del mondo, veste e vive da povero e penitente. Per ispirazione divina fondò un istituto religioso con lo scopo di annunciare la Passione del Signore, non solo come evento del passato, ma come realtà presente nella vita degli uomini. I Passionisti si accostano a coloro che oggi sono crocifissi dalla ingiustizia, dalla violenza e da ogni forma di sofferenza, tramite le missioni popolari, loro attività specifica. I figli del “Mistico del Calvario” portano sull'abito un simbolo o segno: un cuore bianco sormontato dalla croce, con una scritta JESU XPI PASSIO (Passione di Gesù Cristo). Questo simbolo ricorda a tutti il mandato di San Paolo della Croce: ci dedichiamo a fare memoria delle sofferenze di Gesù e a promuovere, nei cuori della gente, una vera devozione alla sua passione. In un mondo dove la sofferenza, il sacrificio e la morte vengono visti con disprezzo e fuggiti, Paolo della Croce ci ricorda che l’Onnipotente Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo e non considerando un tesoro geloso l’essere Dio, spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte in croce. Ė dalla Croce di Cristo che l’umanità è redenta, è dal Calvario che scaturisce ancora oggi il fiume di grazie necessarie per la salvezza.

martedì 20 settembre 2016

I Riti splendano per nobile semplicità!



Oggi assistiamo imperterriti, senza voler però generalizzare, ad una scarsa e sciatta preparazione delle celebrazioni liturgiche. Si può ravvisare tale atteggiamento sia da un punto di vista esteriore che interiore. Per quanto riguarda l'aspetto esteriore, è comune vedere con quanta sciatteria i Sacerdoti si accingano a celebrare la Santa Messa, memoriale della Passione di Nostro Signore: tovaglie sporche e sgualcite, lini sacri (corporare, purificatoio, manutergio) presenti sulla credenza da almeno una settimana e quindi sporchi e macchiati, paramenti sciatti e di tessuto sintetico, calici e pissidi vecchi e scadenti, fiori quasi secchi e appassiti posti in prossimità dell'altare, servizio liturgico pessimo e impreparato, confusione generale... In poche parole: un vero e proprio orrore! Da un punto di vista interiore le cose non vanno affatto meglio, anzi si precipita ancor di più verso il baratro: nessuna preparazione spirituale previa alla celebrazione del Santo Sacrificio, in quanto appena si giunge in sacrestia si afferra furiosamente il primo camice con cerniera zip per poi indossare direttamente stola e casula e iniziare così la celebrazione. Oppure: si ravvisa facilmente il mancato rispetto del sacro silenzio prima di accingersi a celebrare la Santa Messa, in quanto la sacrestia diventa una specie di cortile dove il Sacerdote, anziché prepararsi a contemplare il Mistero della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, si mette a parlare fino ad un minuto prima dell'inizio della funzione del più e del meno... Dicendo questo non si vuole affatto negare che in determinate e ben precise circostanze, dato il numero elevatissimo di chiese e chiesette di cui bisogna occuparsi per carenza di vocazioni, può capitare una o due volte, per stanchezza e fatica, di essere leggermente trasandati, ma quanto ciò diventa un'abitudine, o peggio una prassi fondata da motivazioni ideologiche, le cose non vanno affatto bene. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: "Crediamo realmente che la Santa Messa è il memoriale della Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale con amore infinito si dona per la salvezza di tutti gli uomini?" La risposa non è scontanta, in quanto se non si ha rispetto di Nostro Signore durante la Santa Messa, quando lo si potrà avere? La Santa Messa non è una festicciola, la baldoria domenicale dei cristiani, il luogo dell'incontro ed altre amenità simili. La Santa Messa è ciò che di più sacro, tremendo, affascinante, glorioso, immenso, vi sia: Dio onnipotente ed eterno che si immola amorevolmente e con estrema generosità sulla Croce per salvare i suoi figli e per strappar loro dall'oscuro potere del demonio. Voglio vedere, premettendo questo, se si continua a battere le mani, a danzare, a fare baldoria, dinanzi a Gesù sofferente sulla Croce!

Per amor di verità, non è possibile affermare che ogni cosa, prima del Concilio Ecumenico Vaticano II, fosse perfetta, in quanto vi erano anche a quei tempi delle situazioni, liturgicamente parlando, difficili da gestire, tuttavia, è innegabile come dalla errata comprensione della Costituzione Liturgica "Sacrosanctum Concilium" si sia formato un gigantesco problema riguardante la Liturgia. Oggi possiamo annevorare, da un punto di vista liturgico, a mio avviso, sostanzialmente, quattro categorie di Sacerdoti:

  1. I primi sono i fautori del famoso e nefasto, anche perché non si sa neanche in che cosa consista, "spirito del concilio anni '70", e quindi sono ideologicamente condizionati nel parlare sempre di liturgia povera (che nella pratica diviene totalmente sciatta, da provare vergogna!). Presentano un atteggiamento ostile nei confronti di tutto ciò che risponde alle capziose categorie di "pre-conciliare", di "tradizionalista", di "antico" ecc. Infine, accentuano un po' troppo la dimensione comunitaria e umana della Sacra Liturgia, trasformando sostanzialmente il culto di Dio in culto del vitello d'oro, su cui Mosè avrebbe certamente qualcosa da ridire.
  2. I secondi sono i discepoli dei fautori dello "spirito del concilio anni '70", che pur assumendo un atteggiamento simile e a volte altrettanto ideologico, tuttavia, si pongono su posizioni maggiormente moderate e ortodosse, e quindi leggermente più confacenti al significato vero della Sacra Liturgia. Di questo miglioramento si può essere certamente grati alla sofferta opera correttiva operata dai Sommi Pontefici a partire dal post-concilio. Mantengono, tuttavia, un atteggiamento diffidente nei confronti di tutti ciò che corrisponde alle capziose categorie indicate al N. 1.
  3. I terzi sono quelli che, pur avendo appreso teorie erronee dai sacerdoti di cui al N. 1 e 2, sostanzialmente se ne sono liberati, essendo privi di qualsiasi ideologia e celebrano con semplicità e devozione, mantenendosi al di fuori di ogni contestazione e di ogni faziosità. In alcuni casi si potrà ravvisare una qualche forma di sciatteria e di caos nelle loro celebrazioni, ma in misura inferiore rispetto alle altre due categorie precedenti. Di certo è da apprezzare il fatto che tali sacerdoti si pongano al di fuori di questioni ideologiche, che nulla hanno a che fare con la Sacra Liturgia. Anche in questo caso, di tal miglioramento si può essere certamente grati alla sofferta opera correttiva operata dai Sommi Pontefici a partire dal post-concilio.
  4. I quarti, finalmente, sono quelli che, fedeli pienamente al vero intento del Concilio Vaticano II in materia liturgica, seguendo l'esempio di Sua Santità Papa Benedetto XVI e comprendendo la sacrale importanza della Liturgia Cattolica, celebrano con lodevolissima devozione, attenzione e cura, sia da un punto di vista esteriore che interiore. Molto spesso, sono proprio questi ad essere tacciati ingiustamente come "terribili nemici" dello "spirito del concilio", soltanto perché ci tengono affinché nella Sacra Liturgia traspaia il suo vero senso e significato, facendo riferimento alla Tradizione e all'ermeneutica della continuità. Pertanto, coloro che si ritrovano in questa categoria apprezzano anche la celebrazione in rito antico, avvalendosi del Motu Proprio "Summorum Pontificum", comprendendo come:
    "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso" [2] (cit. Lettera di accompagnamento al Motu Proprio "Summorum Pontificum"). 
Di certo, non fa tanto piacere attuare una distinzione in gruppi, ma, a volte, dire le cose come stanno è il modo migliore per avere chiara la situazione, e di conseguenza attuare tutte le misure necessarie affinché le cose migliorino. Che il Signore ci aiuti e ci faccia comprendere il vero e più profondo significato della Sacra Liturgia! Naturalmente, in questo processo di più profonda comprensione e di miglioramento, tra noi Cattolici non dovrà mai mancare la capacità di essere vicendevolmente caritatevoli e pazienti. Un atteggiamento opposto e contrario renderebbe vano ogni tentativo di aggiustare le cose!


sabato 3 settembre 2016

Cosa sono le Sante Messe Gregoriane?



Il Messale di Paolo VI festeggia, il 3 settembre, la memoria di san Gregorio Magno, papa. San Gregorio nacque verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, prefetto di Roma. Divenne poi monaco e abate del monastero di Sant'Andrea sul Celio. Eletto Papa, ricevette l'ordinazione episcopale il 3 settembre 590. Autore e legislatore nel campo della liturgia e del canto sacro, elaborò un Sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del Messale Romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico e spirituale, che formarono intere generazioni cristiane specialmente nel Medio Evo. Morì il 12 marzo 604. Oltre ad essere famoso per le varie riforme, San Gregorio è noto anche per le Sante Messe che portano il suo nome. La storia di queste Messe viene raccontata nel IV libro dei Dialoghi.

Un monaco del Convento di S. Gregorio Magno aveva accettato, senza il consenso del superiore, tre scudi d'oro da un suo beneficato: mancanza gravissima contro il voto di povertà, professato dai monaci, per la quale era incorso nella pena di scomunica. Essendo il monaco deceduto poco tempo dopo, S. Gregorio, per dare una lezione esemplare a tutta la Comunità monastica, non solo continuò a lasciarlo nella scomunica, ma lo fece seppellire fuori del Cimitero comune, gettando nella sua fossa i tre scudi d'oro. Qualche tempo dopo, preso da compassione, il Santo chiamò l'economo del monastero e gli disse: «Il nostro confratello è tormentato dalle pene del Purgatorio: incomincia subito per lui la celebrazione di trenta SS. Messe, senza interromperla». Il monaco ubbidì; ma, per le troppe occupazioni, non pensò a contare i giorni. Una notte, gli apparve il monaco defunto e gli disse che se ne andava al Cielo, libero dalle sue pene. Si contò allora il numero delle SS. Messe celebrate in suo suffragio e si trovò che erano precisamente trenta. D'allora invalse l'uso di far celebrare trenta SS. Messe per i Defunti, dette appunto Gregoriane dal nome di S. Gregorio: uso che è tuttora in vigore nei monasteri benedettini e trappisti e che Dio con molte rivelazioni ha fatto conoscere essergli molto gradito (Dialoghi, IV, 10).

Ma nella società secolarizzata, dove non si crede più nella vita dopo la morte e, dove lo si crede, spesso si sente dire che le anime dei defunti volano dritte in Paradiso senza scontare alcuna pene, le Ss. Messe Gregoriane non vengono più applicate ne per i vivi e ne per i defunti. E’ bene ricordare un po’ di dottrina Cattolica sul peccato, sulla pena e sul Purgatorio.

“Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena”. [Cfr. Concilio di Trento: DS 1712-1713; 1820].
“Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo”. “  [Cfr. Ef 4,24]. Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1472-3

Cos’è il Purgatorio e quali pene  si soffrono?

Il Purgatorio è il patimento temporaneo (cioè non eterno) della privazione di Dio (non si vede e non si gode Dio), e di altre pene che tolgono dall’anima ogni resto del peccato, per renderla degna della piena comunione con la Trinità divina: "E canterò di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno", scrive Dante nel Purgatorio (I, 4-6). L’esistenza del Purgatorio e la possibilità di aiutare le Anime che vi si trovano sono due verità di fede insegnate dalla Chiesa fin dalle sue prime origini. Tutte le liturgie antiche hanno preghiere per i Defunti e, nel corso dei secoli, sono sorte numerose Istituzioni religiose con l’intento di aiutare le Anime del Purgatorio. Nel Purgatorio si soffrono due generi di pene: quella del danno e quella del senso. Esse, per la loro intensità, non sono neppure da paragonare ai patimenti della vita presente. San Tommaso d’Aquino (il quale non fa che esporre l’insegnamento di tutti i Padri della Chiesa) afferma che la più piccola pena del Purgatorio supera in intensità qualunque pena della terra. Lo stesso asseriscono i Mistici. Ascoltiamo santa Caterina da Genova: “Le Anime purganti provano un tale tormento che nessuna lingua umana può esprimere, né alcuna intelligenza darne la minima nozione, se Dio non glielo concede per una grazia speciale”. E spiega il motivo di tanta sofferenza: “L’anima (nel suo primo incontro con Dio) prova tanto orrore dei suoi peccati al confronto con l’infinità santità e purezza di Lui, che irresistibilmente si immerge nella purificazione”.

Si incontrano cristiani i quali, benché convinti dell’esistenza del Purgatorio, dicono con imperdonabile leggerezza: “Non temo il Purgatorio, purché mi salvi!” Parlano così, perché non sanno che cosa siano quelle sofferenze..” (San Cesario d’Arles). “I demòni, benché puri spiriti – dice san Gregorio Magno – sono tormentati dal fuoco dell’inferno (Mt 25,41): così le anime umane separate dai corpi sono tormentate nel Purgatorio. Il fuoco degli abissi è uno strumento della giustizia di Dio”. San Bernardo, dopo aver avuto una visione del Purgatorio, così si espresse: “Noi infelici, se non faremo tutta la nostra penitenza sulla terra e ci toccherà un giorno andarla a fare in questo fuoco più insopportabile, più tormentoso, più veemente di quanto possiamo immaginare in questa vita!”. San Giovanni della Croce paragona le sofferenze mistiche dell’anima nella “notte oscura” alle sofferenze del Purgatorio e aggiunge: “Come nell’altra vita gli spiriti vengono purificati dal fuoco tenebroso e materiale, così in questa si purificano con fuoco d’amore tenebroso e spirituale. L’unica differenza consiste nel fatto che di là si rendono puri con il fuoco, mentre di qua solo con l’amore”.

Come possiamo aiutare i nostri defunti? L’aiuto maggiore che possiamo dargli è il Sacrificio della Santa Messa. La Santa Messa è da considerarsi il miglior suffragio per le anime del Purgatorio. Già San Tommaso aveva indicato nella Messa il miglior mezzo per liberare le anime sofferenti, tre secoli prima che il Concilio di Trento si pronunciasse esplicitamente “Le Anime del Purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli, ma soprattutto dal prezioso sacrificio dell’altare”.

“Far celebrare la Santa Messa per i cristiani, vivi o defunti, in particolare quelli per cui si prega in modo speciale perché vengono così sollevati dai tormenti, farò abbreviare le loro pene; inoltre, ad ogni Celebrazione Eucaristica più anime escono dal Purgatorio. Con la Santa Messa, dunque, il sacerdote e i fedeli chiedono e ottengono da Dio la grazia per le Anime del Purgatorio, ma non solo: il beneficio speciale spetta sì all‘anima per cui la Messa è celebrata, ma del suo frutto generale è l’intera Chiesa a goderne. Essa, infatti, nella Celebrazione comunitaria dell‘Eucarestia, mentre chiede e ottiene il ristoro delle anime dei fedeli e la remissione dei peccati, aumenta, rinsalda e risveglia il segno visibile, dell’invisibile “Comunione dei Santi “. All ‘offerta di Cristo, nel sacrificio eucaristico, si uniscono, infatti, non solo i membri che sono ancora sulla terra, ma anche quelli che si trovano già nella Gloria del Cielo così come quelli che stanno espiando le proprie colpe in Purgatorio. La Santa Messa è offerta, dunque, anche per i defunti che sono morti in Cristo e non sono ancora pienamente purificati, così da poter entrare nella Luce e Pace di Cristo. Nell‘anafora, inoltre, la Chiesa prega per i santi padri, i vescovi e tutti coloro che sono morti, convinti che la Santa Messa sia la migliore offerta a Dio per le anime che soffrono in Purgatorio, poiché è l’offerta di Cristo stesso immolato per i nostri peccati “. (Dal Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1370-72)
Adesso capiamo l’importanza delle Ss. Messe Gregoriane fatte celebrare sia per i vivi sia per i morti. Bisogna risvegliare nella coscienza dei fedeli e dei sacerdoti questa importantissima devozione, ne va della liberazione delle povere anime purganti e della salute della nostra anima.

domenica 28 agosto 2016

Canto sacro o canzonette da sarabanda?


Nelle nostre liturgie molto spesso il canto liturgico è diventato preda di improvvisazioni, di banalizzazioni e spesso di errori sia teologici nei testi che liturgici nel esecuzione. Si assiste a canti eseguiti con chitarre, bonghetti, maracas, ecc., spettacoli che non hanno nulla da invidiare a show televisivi. Tutti strumenti che non fanno parte della millenaria tradizione musicale/liturgica del Culto Cattolico. Tutto questo a discapito del Canto Gregoriano, del canto polifonico e dell’organo strumento proprio del canto sacro.

Il Magistero e la perenne Tradizione della Chiesa hanno sempre raccomandato il canto liturgico come massima espressione del Culto Divino. Papa San Pio X nel “MOTU PROPRIO TRA LE SOLLECITUDINI” del 1903 spiega:
1. La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione e edificazione dei fedeli. Essa concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche”,  
“2. La musica sacra deve per conseguenza possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità. Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in se medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori. Deve essere arte vera, non essendo possibile che altrimenti abbia sull’animo di chi l’ascolta quell’efficacia, che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni. Ma dovrà insieme essere universale in questo senso, che pur concedendosi ad ogni nazione di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione all’udirle debba provarne impressione non buona.”  
Parlando del Canto Gregoriano, canto proprio della Liturgia romana cosi afferma:
3. Queste qualità si riscontrano in grado sommo nel canto gregoriano, che è per conseguenza il canto proprio della Chiesa Romana, il solo canto ch’essa ha ereditato dagli antichi padri, che ha custodito gelosamente lungo i secoli nei suoi codici liturgici, che come suo direttamente propone ai fedeli, che in alcune parti della liturgia esclusivamente prescrive e che gli studi più recenti hanno sì felicemente restituito alla sua integrità e purezza. Per tali motivi il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme. L’antico canto gregoriano tradizionale dovrà dunque restituirsi largamente nelle funzioni del culto, tenendosi da tutti per fermo, che una funzione ecclesiastica nulla perde della sua solennità, quando pure non venga accompagnata da altra musica che da questo Soltanto. In particolare si procuri di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi.”
Riferendosi al testo così ammaestra: “7. La lingua propria della Chiesa Romana è la latina. È quindi proibito nelle solenni funzioni liturgiche di cantare in volgare qualsivoglia cosa; molto più poi di cantare in volgare le parti variabili o comuni della Messa e dell’Officio.”
Ma qualche “buon tempone” potrebbe obbiettare: "Ma parliamo del Papa Pio X un papa di altri tempi, del pre-concilio, ormai superato dalle freschezza e modernità del Vaticano II”, obiezione ormai vecchia quanto il mondo. Ci viene in aiuta la famosa costituzione liturgica del Concilio Vaticano II “SACROSANCTUM CONCILIUM” al Capitolo VI - LA MUSICA SACRA :
116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica, a norma dell'art. 30.”
Ancora : “117. Si conduca a termine l'edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un'edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.”
E’ chiaro che il Vaticano II non ha mai bandito dalla Liturgia il Canto Gregoriano o la polifonia, anzi ne incoraggia lo svolgimento. L’Ordinamento Generale del Messale Romano III - ed. del 4.3.2004 - riprendendo la Sacrosantum Concilium afferma: 
“41. A parità di condizioni, si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana. Gli altri generi di musica sacra, specialmente la polifonia, non sono affatto da escludere, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica e favoriscano la partecipazione di tutti i fedeli. Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore.”
Ma di tutto questo quanto viene applicato nelle nostre Liturgie Eucaristiche?! Nulla o quasi! La colpa è dei Parroci e degli operatori pastorali che ritengono tutto ciò inutile o peggio dannoso per la partecipazione dei fedeli alla celebrazione. Si può ritenere dannoso il canto riservato a Dio?! E cosa si intende veramente per la fruttuosa partecipazione dell’assemblea alla Liturgia? Non di certo facendo gli Show che solitamente vediamo nelle nostre chiese.

ISTRUZIONE DEL «CONSILIUM» E DELLA SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI "MUSICAM SACRAM" del 5 marzo 1967 così spiega la fruttuosa partecipazione del popolo:
27. Nella celebrazione dell’Eucaristia, con la partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, si preferisca, per quanto è possibile, la forma della Messa in canto anche più volte nello stesso giorno."28. Rimane in vigore la distinzione tra Messa solenne, Messa cantata e Messa letta, stabilita dalla Istruzione del 1958 (n. 3), secondo la tradizione e le vigenti leggi liturgiche. Tuttavia, per motivi pastorali, vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo, integralmente o parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli alla partecipazione piena al canto."
29.Il primo grado comprende:
a) nei riti d’ingresso:
— il saluto del sacerdote celebrante con la risposta dei fedeli;
— l’orazione;
b) nella liturgia della parola:
— le acclamazioni al Vangelo;
c) nella liturgia eucaristica:
— l’orazione sulle offerte;
— il prefazio, con il dialogo e il Sanctus;
— la dossologia finale del Canone;
— il Pater noster con la precedente ammonizione e l’embolismo:
— il Pax Domini;
— l’orazione dopo la comunione;
— le formule di congedo.

30. Il secondo grado comprende:
a)il Kyrie, il Gloria e l’Agnus Dei;
b)il Credo;
c)l’orazione dei fedeli.

31. Il terzo grado comprende:
a) i canti processionali d’ingresso e di comunione;
b) il canto interlezionale dopo la lettura o l’epistola;
c) l’Alleluia prima del vangelo;
d) il canto dell’offertorio;
e) le letture della sacra Scrittura, a meno che non si reputi più opportuno proclamarle senza canto.
32. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.
33. È bene che l’assemblea partecipi, per quanto è possibile, ai canti del «Proprio»; specialmente con ritornelli facili o forme musicali convenienti.
Fra i canti del «Proprio» riveste particolare importanza il canto interlezionale in forma di graduale o di salmo responsoriale. Esso, per sua natura, fa parte della liturgia della parola; si deve perciò eseguire mentre tutti stanno seduti e in ascolto e anzi, per quanto è possibile, con la partecipazione dell’assemblea.
34. I canti che costituiscono l’Ordinario della Messa, se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla «schola» nel modo tradizionale, cioè o « a cappella» o con accompagnamento, purché, tuttavia, il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto.
Negli altri casi, i canti dell’Ordinario della Messa possono essere distribuiti tra la «schola» e il popolo, o anche tra due cori del popolo stesso, in modo cioè che la divisione sia fatta a versetti alternati, o in altro modo più conveniente, che tenga conto di sezioni più ampie del testo. In questi casi, tuttavia, si tenga presente:
— Il Credo, essendo la formula di professione di fede, è preferibile che venga cantato da tutti, o in un modo che permetta una adeguata partecipazione dei fedeli.
— Il Sanctus, quale acclamazione finale del prefazio, è preferibile che sia cantato, ordinariamente da tutta l’assemblea, insieme al sacerdote.
— L’Agnus Dei può essere ripetuto quante volte è necessario, specialmente nella celebrazione, durante la frazione del Pane. E bene che il popolo partecipi a questo canto, almeno con l’invocazione finale.
35. È conveniente che il Pater noster sia cantato dal popolo insieme al sacerdote[22]. Se è cantato in latino, si usino le melodie approvate già esistenti; se si canta in lingua volgare, le melodie devono essere approvate dalla competente autorità territoriale.
36. Nulla impedisce che nelle Messe lette si canti qualche parte del «Proprio» o dell’« Ordinario». Anzi talvolta si possono usare anche altri canti all’inizio, all’offertorio, alla comunione e alla fine della Messa: non è però sufficiente che siano canti «eucaristici», ma devono convenire con quel particolare momento della Messa, con la festa o con il tempo liturgico.”
Nulla, o quasi, di tutto questo nelle liturgie moderne. Il Canto Gregoriano, secondo il “Compendio di Liturgia Pratica” di L. Trimeloni, Marietti, III edizione, può essere: Secondo l’esecuzione: 1) individuale, se è eseguito da un solo cantore; 2) corale, se eseguito dal coro; 3) antifonico, se eseguito a cori alternati; 4) responsoriale, se alternativo tra coro e cantori.

Il Canto Gregoriano è un vero tesoro da ri-scoprire e far apprezzare alle nuove generazioni che ormai, sono abituate a musica Rock che nulla a che fare con la Bellezza ineffabile e l’ordine armonico del canto liturgico.

Per concludere citiamo la bellissima LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AL GRAN CANCELLIERE DEL PONTIFICIO ISTITUTO DI MUSICA SACRA IN OCCASIONE DEL 100° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELL’ISTITUTO dove fa una sintesi del nostro percorso. Così il Santo Padre afferma:  

“Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia. In particolare, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla luce della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell’assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l’universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l’importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali. Sono criteri importanti, da considerare attentamente anche oggi. A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità. Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, "vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio", tenendo sempre ben presente che questi due concetti - che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano - si integrano a vicenda perché "la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso".

Ci auguriamo che i Pastori sappiano apprezzare la sublimità del canto riservato alla liturgia e smettano di far eseguire canti che non hanno senso e soprattutto non elevano l’animo a Dio. Teniamo sempre a mente cosa il buon Sant’Agostino amava dire: “Chi canta prega due volte”.